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Archive for the ‘ecologia’ Category

balena

 

 

Kristján Loftsson, milionario armatore islandese, viene ormai chiamato “capitano Achab”, dal nome del cupo comandante della Pequod di Moby Dick (1) , dopo che in un’intervista sulTimes ha rivelato che le sue navi baleniere sono alimentate da biofuel costituito al 20% daolio di balena.

Il baleniere, che afferma che le balene sono per lui solo “un pesce tra i tanti”,  sostiene anche che la sua soluzione è environmental friendly, visto che riduce le emissioni di CO2; è il greenwashing portato all’estremo.

Durissima la reazione della ong Whale and Dolphin Conservation: «E’ un’azione  completamente assurda perversa e antietica, promossa da un’industria che ha già le mani sporche di sangue e che si prepara ad usare gli scarti delle balene morte per fare sopravvivere la sua flotta».

L’idea di alimentare le navi con il grasso delle proprie prede è un tentativo disperato di una industria morente, che non può sopravvivere senza finanziamenti pubblici, come nel caso del Giappone, dove l’industria baleniera è stata sussidiata con 200 milioni di dollari negli ultimi 25 anni.

L’olio di balena veniva usato nell’ ‘800 per alimentare lampade, come olio del cambio e per fare saponi e persino margarina, ma il suo uso è declinato per la quasi totale scomparsa dei grandi ammmiferi marini. Come rileva acutamente Ugo Bardi in un articolo in The Oil Drum, ilpicco delle balene è avvenuto verso la metà del 19° secolo.

Pensare di riportare in vita l’uso dell’olio di balena non è solo raccapriciante, ma è raschiare il fondo di un barile ormai vuoto.

(1) Scrive Melville in Moby Dick: «Come un pletorico martire al rogo o unmisantropo che divora se stesso, la balena una volta accesa si fornisce da sè il combustibile e brucia per opera del suo stesso corpo… allora il Pequod scagliato, carico di selvaggi e pieno di fuoco, bruciante un cadavere e tuffantesi in quella nerezza tenebrosa, pareva il risocntro materiale dell’anima del suo monomaniaco comandante»

 

 

“ecoblog”

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aringhe

in Islanda si stanno ripetendo stragi bibliche di aringhe.

qualcuno dice è colpa della mancanza di ossigeno ,qualcuno dice è colpa della costruzione di un ponte..io penso sia ancora peggio

nessuno ne parla piu’ di tanto.

la terra ,la natura,l’aria,il mare …sono cose di second’ordine ..dettagli da continuamente rinviare in nome del progresso e del profitto

quando anche l’ultima aringa sarà sparita, vi acccorgerete che i soldi non si possono mangiare

 

La grande capacità dell’ homo sapiens moderno è quella di saper distruggere cose che sopravvivono da millenni, in un battito di ciglia.

 

QUALCUNO SPUTERA’ DAVVERO SULLE NOSTRE TOMBE

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Bisogna rompere i maroni ,trapanare i cervelli di questi pseudoCavalieri dell’economia mondiale: Gli Obama,I Putin,I HU Jintao e tutti gli allegri compagni di merende che continuano a spremere il pianeta inondaqndo l’atmosfera e le acque di sostanze estremamente dannose….per poi versare lacrime da alligatore sulle vittime innocenti di “Eventi Straordinari Imprevedibili”, Come li chiamano loro

IMPREVEDIBILI????

Alla vigilia delle elezioni presidenziali, il tema del cambiamento climatico rischia di rientrare di prepotensulla za nel dibattito politico americano a causa dell’uragano Sandy. La maxi tempesta attesa nelle prossime ore costa orientale degli USA, in realtà, è solo l’ultima, in ordine di tempo, delle “bizzarrie meteorologiche” che hanno investito gli States negli ultimi mesi.

Dalle temperature miti dell’ultimo inverno alla siccità che ha colpito alcune aree del Paese, i cittadini americani hanno dovuto fare i conti, nell’ultimo anno, con fenomeni meteorologici inconsueti e spesso estremi. Tanto da cominciare a chiedersi se le conseguenze del cambiamento climatico non siano già dinanzi ai loro occhi.

Anche i climatologi, per anni convinti del fatto che il singolo fenomeno meteo non potesse essere ricondotto alle tendenze macroscopiche, stanno cominciando a collegare uragani, ondate di calore e periodi siccitosi proprio al cambiamento climatico di origine antropica.

Non sono in pochi, nella comunità scientifica, a ritenere che il “Frankenstorm” Sandy e altri eventi catastrofici che lo hanno preceduto siano in realtà da considerare a tutti gli effetti le prime conseguenze visibili – dal punto di vista meteorologico – del climate change, anche se su questo i pareri non sono unanimi.

Per molti studiosi, infatti, a differenza di altri fenomeni come le ondate di calore e l’aumento globale delle temperature, la frequenza e la distruttività degli uragani non rientra tra i possibili effetti del cambiamento climatico. Lo scetticismo – o cautela, a seconda dei punti di vista – deriva soprattutto dalla complessità del fenomeno e dalla scarsità di dati storici a disposizione, ma alcuni studi recenti  hanno comunque consentito di acquisire nuovi e importanti elementi.

L’aumento di temperatura degli oceani, in particolare, determina un incremento dell’evaporazione, che può a sua volta innescare tempeste più frequenti e più violente, come l’uragano Irene dello scorso anno. Altre ricerche condotte su dati meteorologici raccolti dal 1923, inoltre, sembrerebbero mostrare un collegamento tra gli anni più caldi e gli uragani peggiori, avvalorando ulteriormente la tesi della relazione tra riscaldamento atmosferico e potenza delle tempeste.

In conclusione, è presto per dire che singoli eventi come l’uragano Sandy possano dipendere direttamente dal cambiamento climatico in corso, ma la relazione tra il riscaldamento globale e la frequenza dei fenomeni meteorologici estremi è al centro di studi sempre più numerosi e autorevoli.

Una tesi che, tra l’altro, sembra convincere sempre di più anche l’opinione pubblica, tanto che domenica scorsa un gruppo di attivisti dell’organizzazione 350.org  ha promosso un sit-in a Times Square proprio per sottolineare il collegamento tra le cosiddette catastrofi naturali e il climate change.

Spiega Phil Aroneanu, co-fondatore del gruppo:

Non abbiamo mai fatto niente di simile prima, ma il cambiamento climatico non aveva mai alzato la testa in questo modo prima di adesso. Anche se non si può attribuire ogni tempesta al cambiamento climatico, la media di 5 gradi in più degli oceani ha prodotto molta più evaporazione che le tempeste raccolgono e scaricano su New York e Boston.

(fonte Greenstyle)

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Gli oceani rischiano di entrare in una fase di estinzione di specie animali senza precedenti. A tracciare la diagnosi e’ un rapporto di un team internazionale di 27 scienziati di 6 Paesi. Riscaldamento, acidificazione ma anche pesca eccessiva e inquinamento rappresentano i fattori di allarme rosso. questi elementi insieme stanno creando le condizioni di distruzione e che tre di essi erano presenti anche in ognuna delle precedenti fasi di estinzione di massa registrate nella storia della Terra.

il 57 per cento delle riserve marine è al limite della sostenibilità, ma un terzo di esse è già sfruttato ai limiti massimi.
Poi, gli scarichi di centinaia di città costiere, la perdita di habitat naturali, il disturbo umano di yacht e motoscafi. Il risultato è che più dell’80 per cento delle riserve di pesce è svanito. Il che fa male all’ambiente ma fa male anche ai pescatori che vedono la loro raccolta diminuire ad una velocità mai vista. E fa malissimo alle popolazioni del sud del mondo, che si affidano al pesce per quasi un quarto delle loro proteine animali.

Oggi le specie in pericolo nelle acque del pianeta sono quasi 1.700: 1.141 considerate vulnerabili, 486 in pericolo e 60 già estinte secondo la Lista Rossa stilata dall’International Union for Conservation of Nature (Iucn), network di organizzazioni per la difesa dell’ambiente. E in grande pericolo è anche il mare Mediterraneo, considerato un gioiello di biodiversità: contiene circa il 7 per cento delle specie marine sul totale mondiale, animali tipici dei climi temperati così come specie tipicamente tropicali.

Animali dal futuro incerto: delle 519 specie autoctone e sottospecie monitorate dagli scienziati, oltre l’8 per cento (43) è sotto minaccia. Quindici sono a rischio di estinzione come il pescespada e la cernia gigante, tredici in grave pericolo come il piccolo scorfano rosso e il gamberetto rosa, sedici sono considerate vulnerabili come il dentice e la corvina. E non c’è da stupirsi sapendo che il Bacino è percorso in lungo e in largo da 113 mila pescherecci.

«Questi dati sono incontrovertibili. E a determinarli è certamente l’overfishing, ma è anche l’inquinamento costiero che uccide le uova dell’80 per cento dei pesci che le depone, fino a 100 metri di profondità», dice Silvio Greco, biologo marino dell’associazione Slow fish. Così i pescatori catturano animali sempre più piccoli e i cicli di riproduzione sono sempre più brevi.

Il settore si è trasformato in una colossale industria che, sebbene non conti più di qualche migliaio di navi, è in grado di modificare radicalmente l’equilibrio naturale degli ecosistemi marini, privando la natura della capacità di rinnovare le proprie risorse. Perché è in funzione il doppio dei pescherecci rispetto a quelli che consentirebbero uno sviluppo sostenibile e armonioso del settore.

E alcune imbarcazioni sono vere e proprie fabbriche che utilizzano sonar, aerei e piattaforme satellitari per individuare i banchi, su cui si calano poi con reti lunghe parecchie chilometri o lenze dotate di migliaia di ami. A bordo gli uomini sono poi in grado di trattare tonnellate di pescato, congelarlo e imballarlo. Le imbarcazioni più grandi, che arrivano a 170 metri di lunghezza, hanno una capacità di stoccaggio equivalente a diversi Boeing 747. Le navi più grosse sono quelle della flotta della Russia e dell’Ucraina, quelle che navigano sotto bandiere ombra come Belize o Panama, o ancora gli scafi pirata senza bandiera registrata.

le autorità costiere dei diversi paesi non possono farci granché: al di fuori delle prime 12 miglia nautiche che si snodano lungo il litorale di un paese (zona di esclusività dei suoi pescatori), l’accesso alle risorse non è regolamentato. Così chiunque può superare facilmente questo limite, calare le reti e sfruttare le risorse marine. Per frenare l’invasione delle flotte italiane, spagnole e francesi, ad esempio, la Mauritania ha imposto dal 1 agosto scorso il divieto di cattura dei polipi giganti e limiti severi per i crostacei.
Mentre la numerosa flotta di Mazara del Vallo che una volta inseguiva i banchi solo nel canale di Sicilia ora si sposta verso le coste della Libia, Egitto, Cipro, sempre più ad est inseguendo rotte sempre più scarse di pescato e macinando centinaia di miglia. Una folle corsa per inseguire l’ultimo pesce. E andando avanti di questo passo rischiamo di vedere il tonno spostarsi dalle pescherie ai musei di storia naturale che testimoniano di specie antiche, dal T-rex al tonno rosso.

 

 

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Da una ricerca pubblicata su “Nature Climate Change” sembra che sulla Terra ci sia abbastanza vento per soddisfare il fabbisogno mondiale di energia. L’elemento, dunque, se sfruttato attraverso efficienti impianti eolici, potrebbe rappresentare una soluzione alla domanda di energia e all’inquinamento. Le turbine atmosferiche, in particolare, sfruttano le brezze in alta quota e sono in grado di generare maggiore potenza . Lo studio, guidato da Kate Marvel del Lawrence Livermore National Laboratory, sostiene che
le turbine atmosferiche possono costituire una svolta significativa perché possono trasformare la forza dei venti ad alta quota in energia meglio delle turbine a bassa quota o sul mare che lavorano sui venti di superficie. Usando modelli matematici, i ricercatori hanno calcolato che i venti di superficie possono generare sino a 400 terawatt di energia, mentre i venti che soffiano in tutta l’atmosfera 1800. Secondo i dati disponibili, sul pianeta il fabbisogno energetico oggi è quantificabile in 18 terawatt di potenza.
Lo studio mostra però che per avere effetti globali, le pale per la produzione di energia eolica dovrebbero essere distribuite uniformemente su tutta la superficie terrestre e non concentrate in pochi territori.

 

peccato che le lobbies dei petrolieri abbiano già deciso di bucare dal polo sud al polo nord, come ben spiegato da quel Romney, ambizioso candidato presidente usa,come ben dimostrato da Putin e Gazprom e come ben spiegato dal Passera nostrano che intende  bucare l’Italia.

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